L’austera difesa di Obama
Ieri Barack Obama ha inaugurato il format inedito della conferenza stampa presidenziale al Pentagono per mettere la sua firma sulla “Defense Strategic Review”, il documento strategico al quale l’Amministrazione affida il compito di “girare pagina dopo dieci anni di guerra”. Nelle otto pagine presentate ieri dal presidente assieme al segretario della Difesa, Leon Panetta, e al capo delle forze armate, Martin Dempsey, sono contenuti i principi ispiratori del ruolo militare dell’America nel mondo.
9 AGO 20

Ieri Barack Obama ha inaugurato il format inedito della conferenza stampa presidenziale al Pentagono per mettere la sua firma sulla “Defense Strategic Review”, il documento strategico al quale l’Amministrazione affida il compito di “girare pagina dopo dieci anni di guerra”. Nelle otto pagine presentate ieri dal presidente assieme al segretario della Difesa, Leon Panetta, e al capo delle forze armate, Martin Dempsey, sono contenuti i principi ispiratori del ruolo militare dell’America nel mondo dopo il ritiro delle truppe dall’Iraq e la drastica riduzione di quelle in Afghanistan, c’è lo spostamento del focus sull’Asia e sul quadrante Pacifico – cosa che il presidente aveva annunciato già durante il suo viaggio in Australia, per lo scorno di Pechino – e l’alleggerimento delle strutture militari e strategiche che hanno fatto la storia dell’Amministrazione Bush. Sul medio oriente Obama è rimasto sul vago: “Rimarremo vigilanti”. Nell’annunciare il cambio di rotta, il presidente deve contemperare con abilità due esigenze politiche fondamentali, quella di mostrarsi agli occhi dell’America un commander in chief inflessibile, capace di stanare i nemici dell’America senza posa, e quella di invitare il paese a ridurre il suo ingombro nel mondo. La riduzione del “military footprint”, l’orma militare che l’America ha impresso nei teatri di guerra e non solo è la chiave di un documento strategico calcolato nei dettagli.
Al discorso del Pentagono, Obama è arrivato con credenziali militari universalmente riconosciute. E’ il presidente della caccia a Bin Laden, della monumentale campagna di droni su paesi alleati, delle detenzioni a tempo indeterminato, delle incursioni mirate (anche contro cittadini americani, fatto inedito): sono questi gli asset su cui può fare leva per annunciare una drastica riduzione del peso militare americano. Il numero di soldati dell’esercito scenderà sotto i 500 mila, e anche il rispettatissimo corpo dei marine sarà tagliato; le acquisizioni militari più onerose vengono congelate. “Agile” e “flessibile” sono gli aggettivi che ricorrono più spesso nelle descrizioni dei capi militari americani circa il nuovo assetto delle Forze armate. Non verranno invece toccate le operazioni delle portaerei, elementi irrinunciabili nelle operazioni di contenimento cinese, né i reparti speciali, sui quali l’Amministrazione Obama ha costruito le sue fortune militari. Le voci strategiche decurtate riguardano invece le operazioni di counterinsurgency, la dottrina messa in pratica su larga scala dal generale David Petraeus durante il surge in Iraq. Nel paragrafo della Strategic Review dedicato al tema c’è una postilla in corsivo che rende l’idea: “Le forze militari americane non avranno più le dimensioni per condurre operazioni di stabilità prolungate e su larga scala”.
Quello che Obama ha servito ieri è naturalmente un aperitivo, dove il piatto principale è il taglio del budget del Pentagono di cui si parla da mesi e che nel giro di poche settimane sarà messo per iscritto. 487 miliardi nei prossimi dieci anni vengono decurtati dal bilancio, mentre un secondo taglio da 500 miliardi passerà al vaglio del Congresso. Ieri Obama e Panetta non hanno sorvolato sulle controversie che il nuovo budget del Pentagono solleverà fra i repubblicani al Congresso e fra i lobbisti dell’industria delle armi che rimarranno senza commesse, ma gli speechwriter del presidente hanno abilmente scovato una citazione di Dwight Eisenhower – contemporaneamente generale e presidente repubblicano – che Obama ha snocciolato con orgoglio: “Ogni proposta deve essere soppesata tenendo conto di una considerazione più ampia: la necessità di mantenere un equilibrio fra i programmi nazionali”. Dove “programmi nazionali” è sinonimo di soldi. “E’ tempo di ritornare a questo equilibrio”, ha detto Obama da una tetra sala che faceva da necessario contorno al commander in chief. Soltanto mostrandosi duro, risoluto, inflessibile nella difesa della nazione, il presidente potrà far digerire agli avversari un rinnovato impianto strategico suscitato da considerazioni di bilancio.
Al discorso del Pentagono, Obama è arrivato con credenziali militari universalmente riconosciute. E’ il presidente della caccia a Bin Laden, della monumentale campagna di droni su paesi alleati, delle detenzioni a tempo indeterminato, delle incursioni mirate (anche contro cittadini americani, fatto inedito): sono questi gli asset su cui può fare leva per annunciare una drastica riduzione del peso militare americano. Il numero di soldati dell’esercito scenderà sotto i 500 mila, e anche il rispettatissimo corpo dei marine sarà tagliato; le acquisizioni militari più onerose vengono congelate. “Agile” e “flessibile” sono gli aggettivi che ricorrono più spesso nelle descrizioni dei capi militari americani circa il nuovo assetto delle Forze armate. Non verranno invece toccate le operazioni delle portaerei, elementi irrinunciabili nelle operazioni di contenimento cinese, né i reparti speciali, sui quali l’Amministrazione Obama ha costruito le sue fortune militari. Le voci strategiche decurtate riguardano invece le operazioni di counterinsurgency, la dottrina messa in pratica su larga scala dal generale David Petraeus durante il surge in Iraq. Nel paragrafo della Strategic Review dedicato al tema c’è una postilla in corsivo che rende l’idea: “Le forze militari americane non avranno più le dimensioni per condurre operazioni di stabilità prolungate e su larga scala”.
Quello che Obama ha servito ieri è naturalmente un aperitivo, dove il piatto principale è il taglio del budget del Pentagono di cui si parla da mesi e che nel giro di poche settimane sarà messo per iscritto. 487 miliardi nei prossimi dieci anni vengono decurtati dal bilancio, mentre un secondo taglio da 500 miliardi passerà al vaglio del Congresso. Ieri Obama e Panetta non hanno sorvolato sulle controversie che il nuovo budget del Pentagono solleverà fra i repubblicani al Congresso e fra i lobbisti dell’industria delle armi che rimarranno senza commesse, ma gli speechwriter del presidente hanno abilmente scovato una citazione di Dwight Eisenhower – contemporaneamente generale e presidente repubblicano – che Obama ha snocciolato con orgoglio: “Ogni proposta deve essere soppesata tenendo conto di una considerazione più ampia: la necessità di mantenere un equilibrio fra i programmi nazionali”. Dove “programmi nazionali” è sinonimo di soldi. “E’ tempo di ritornare a questo equilibrio”, ha detto Obama da una tetra sala che faceva da necessario contorno al commander in chief. Soltanto mostrandosi duro, risoluto, inflessibile nella difesa della nazione, il presidente potrà far digerire agli avversari un rinnovato impianto strategico suscitato da considerazioni di bilancio.